Non lasciamoci tagliare la lingua
Intervento dell’amico Silvano Civra Dano, capogruppo leghista al Comune di Trivero.
LASOMSE NEN TAIJÈ LA LENGA
Lingue del Piemonte
Ottima e lodevolissima iniziativa questa di Gioventura Piemonteisa, non meno di altre ugualmente in itinere, che auspichiamo convergente in un unico testo condiviso e di tempestiva approvazione “dnans ch’a fassa neuit”.
Siamo contenti che questa associazione abbia anticipato ciò che era nelle nostre intenzioni proporre nel corso del mandato.
Grazie anche al Sindaco che ha voluto proporre questa delibera all’ordine del giorno e al Vice Sindaco Carli che l’ha scovata.
Scriveva Gian Carlo Oli nella prefazione al suo lavoro:”rammarico e preoccupazione desta piuttosto l’indebolimento dei dialetti (per noi piemontesi lingue), specialmente non toscani, che forse sarebbero in grado di costituire la sola salvaguardia dell’autenticità, dell’onestà, della chiarezza, di quelle stesse doti, insomma, che la nostra comunità auspica nell’ambito di dominio della lingua nazionale. La quale dovrebbe essere appresa e coltivata accanto e oltre al dialetto o al vernacolo ma non sostituirlo del tutto, mai”.
I sermoni subalpini richiamati nella narrativa di questa delibera ne sono la lampante conferma.
Il 12 gennaio 2002 a Palazzo Lascaris, Sergio Maria Gilardino, tra i relatori di quella giornata di studio voluta dall’on. Roberto Cota, allora Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, con il Presidente della commissione alla cultura, Oreste Rossi, ammoniva: “ che cosa volete che importi che le grandi lingue veicolari abbiano 350.000 parole, quando l’ambiente culturale che esse generano riduce i giovani a servirsene di 3.000? E come mai, invariabilmente, gli emissari linguistici delle parlate ancestrali forniscono a memoria lessici in eccedenza alle 30.000 parole?
Come mai sfugge ai colleghi linguisti il fatto che i giovani parlanti l’inglese o l’italiano si stiano riducendo ad un lessico di 3.000 parole, mentre i parlanti una lingua ancestrale dispongono di un lessico che, quantitativamente, eguaglia quello di Shakespeare o di Dante ? Quello che dobbiamo afferrare, sulla base di questi dati, non è l’importanza in senso astratto di una lingua, ma la capacità di un popolo a servirsene. E questa capacità non passa per le lingue internazionali, ma per le lingue ancestrali, le lingue che non servono al commercio, all’industria, alla carriera, ma al mantenimento culturale di una identità”
Scriveva Francesco Alberoni sul corriere del 13/12/99: “….. una lingua non è solo un insime di parole o una grammatica. E’ un insieme di modi di vivere, di sentire, di pensare, di concepire le relazioni fra le presone, i rapporti giuridici, economici, sociali, i sogni, i progetti di vita, il bene e il male. I valori. Tutti i pensieri, i sentimenti espressi in un’altra lingua risultano distorti e svuotati. Per questo tutte le grandi religioni hanno usato una propria lingua. Il cristianesimo il latino, l’Islam l’arabo. E’ per questo motivo che Lutero
ha tradotto la Bibbia in tedesco. Per questo gli ebrei hanno fatto rinascere l’ebraico, per essere autenticamente se stessi. Chi perde la propria lingua perde la propria anima”.
Un popolo che rinuncia alla sua lingua perde anche l’anima.
E’ sempre l’Oli a ricordarci: “la lingua, prima di tutto, non è un organismo, ma un istituto, e in quanto tale si appoggia anche sul nostro consenso: in altre parole essa è anche tale quale noi vogliamo o permettiamo che sia”.
La lingua è quindi la prima arma di difesa di un popolo dalle conquiste straniere quando lo vorrebbero sottomesso anche culturalmente per preponderanza militare, come ben sapeva Guilhem Figueira troubadour occitano a servizio di Federico II, incappato nel 1227 nelle maglie della santa inquisizione per un sonetto contro il peculato della Chiesa di Roma che impoveriva il Midì, sua patria.
Ma Emanuele Sella, biellesissimo, ci ammoniva con il sillogismo “popolo più territorio più lingua = nazione” ossia nazione biellese.
Molte quindi le nazioni se, come scrive Roberto Casati sul Sole 24 Ore del 22.4.2001, le lingue del mondo sono stimate in 5/6 mila.
Ma il colonialismo linguistico ha già fatto dei danni, pensiamo a Courmayeur che il fascismo voleva correggere in Cortemaggiore o alla nostrana ca ‘d secco diventata Zoccolo in luogo di Zaucola/Zauco, dove la Z suona come la S di esedra, abbeveratoio in celtico.
Secondo David Crystal (ibidem) muore una di queste 6.000 lingue ogni due settimane. A metà del XXII secolo ne saranno rimaste si e no una decina. Suggerisce il Crystal come “bisognerebbe inculcare nelle micro comunità linguistiche che vogliamo aiutare uno “spirito positivo” che permetterebbe ai loro membri di vedere la propria lingua non come un ostacolo all’integrazione sociale ma come una ragione di orgoglio”.
Orgoglio che non è certamente mancato al nostro Alfonso Sella per una vita dedicata alla raccolta di lemmi biellesi in tutte le varianti anche frazionali. Come sicuramente non manca a Tavo Burat, più incline del primo a quello che gli studiosi chiamano “sacrificio linguistico”, almeno per quella unificazione ortografica che sembra necessaria, avviata da Camillo Brero, Pinin Pacot, Nino Costa con molti altri della Compagnia dij Brandè.
Perché mai i ragazzi di Gressoney, per esempio, che hanno appreso il titsch (tittschu) e il patois succhiandolo con il latte materno sugli alti pascoli che lambiscono il monte Rosa e che a scuola imparano il francese e l’italiano e magari anche un’altra lingua straniera, dovrebbero sentirsi inferiori ai loro coetanei della Capitale che le lingue sembrano impararle dai loro idoli negli stadi. “Buzzurri” erano definiti dai romani quei piemontesi che spostarono a Roma la capitale d’Italia: ma cosa ne sapevano quei “burini” dei lavori di Ignazio Isler?
In tempi più recenti, durante la resistenza, Chanoux, Coisson, Malan, Peyronel, Page, Collier, elaboravano clandestinamente la dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine o Carta di Chivasso (1). Partigiani della resistenza valdostana, vicini a “Giustizia e Libertà” in buona parte Valdesi, hanno posto le basi costituzionali dell’autonomismo valdostano, ma valido anche per altre regioni, e le prime scintille per la creazione, tardiva, delle Comunità Montane.
Noi, popolazioni delle vallate Alpine,
constatando
che i venti anni di mal governo livellatore e accentratore sintetizzati dal motto brutale di “Roma Doma”, hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati:
-
oppressione politica…
-
rovina economica……
-
distruzione della coltura locale per la soppressione della lingua fondamentale del luogo….
Affermando
-
che la libertà di lingua, come quella di culto è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana……..
Ecco, meglio degli idoli del calcio di prima sono gli ideali di questi uomini.
Scrive ancora il Gilardino in altro contesto: “la conclamata spontaneità dei dialetti non è solo conseguenza di una migliore perizia linguistica dei locutori, ma anche di una maggior idoneità da parte delle lingue ancestrali ad accogliere le esigenze espressive di chi le usa”. E ancora: “ la coscienza del valore culturale del proprio mezzo linguistico è quello che trasforma il dialetto di ieri in lingua di oggi e che lascia scadere la lingua nazionale ad un gergo di poche migliaia di parole. La lingua vive nella coscienza di chi la parla, non nei dizionari o nella legislazione”. (Varallo 2007).
(1) ne ho recentemente consegnata una copia al consigliere Guala che non la conosceva
Nino Costa, poeta, antifascista emarginato dal potere centralista, piangeva la morte del figlio Mario, partigiano caduto sul monte Genevry .
La prima sosta
Sòlitari sla montagna
camposanto dla Roà
Tra le bele fiòr d’campagna
Li me fieul l’è stai sotrà.
L’han sòtralo ‘ntla bataja
sòta i crèp dle canònà,
còn le fiame e la mitraja
s’a l’han faie la còmpagnà.
Pian pianin, tacà me fieul,
pròpe li còntra ‘lso cheur
l’hai pòsaie ‘dco’l me cheur
derelitt e fatigà
e’nvlupa’ ‘ntl’istess linsseul
l’hai sòtrà mia poesia
per ch’ai feissa còmpania
sla montagna dla Roà.
Il crepacuore lo porterà presto an Paradis da suo figlio Mario, non prima di aver lasciato a tutte le mamme che piangono i figli caduti “La Madòna d’ij sòldà”
Il piemontese non fu solo la lingua di uno Stato, dove il sovrano parlava come il popolo. Il piemontese è anche lingua del cuore, come abbiamo appena visto.
Ci sollecitava ancora il Gilardino (To 12/1/02): “ per il piemontese bisogna andare al di là del volontarismo. E’ ora che i piemontesi credano nella loro grande ricchezza ancestrale, nel loro patrimonio letterario ineguagliabile. E’ ora che si creino delle cattedre di letteratura piemontese in ambito comparatistico europeo, delle cattedre che formino degli insegnanti che sappiano parlare la lingua piemontese, insegnanti che accrescano il patrimonio culturale e umano di questa regione. L’ora è venuta di fare del Piemonte una regione all’avanguardia nel recupero e nella conservazione del patrimonio ancestrale che, non scordiamolo, passa attraverso quella grande lingua che per più di un millennio è stata la lingua di re e di popolo, il nostro unico e grande idioma piemontese”.
Naturalmente tutto ciò vale anche per l’occitano, per il franco-provenzale e per il tittschu.
Perché lì le “noste reis”, perché “costa l’è gent d’na rassa ch’a vòl nen morii”.
“Dnans ch’a fassa neuit”
Viva ‘l Piemont.
Trivero, lì 27 Giugno 2008
Per il Gruppo “Per Trivero Indipendenti e Lega Nord Piemont
Silvano Civra Dano
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