Ciminiere e comignoli
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera inviataci dal segretario Lega Nord Trivero, Silvano Civra Dano, contenenti alcune sue memorie in merito all’esperienza di presidente Atc Biella.
CIMINIERE E COMIGNOLI
UN SECOLO IN SIMBIOSI
DALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE ALL’EDILIZIA SOCIALE
Nel 1750 i due terzi dei telai che le industrie tessili annoveravano negli Stati Sardi di Terraferma erano concentrati qui, nel Biellese.
Si trattava di produzioni famigliari, svolte da eccellenti artigiani nelle case ubicate sulle colline, a ridosso dei borghi rurali circondati da foreste dove “…fra il verde tenerissimo spuntano gli anemoni… si sentono i colpi dell’ascia che abbatte qualche castagno morto di vecchiaia, nient’altro rompe l’alto silenzio. Pascoli, pascoli, pascoli, acqua, in alto, in basso, ovunque….”
Nei primi anni del 1800 i tessuti biellesi di ruvida lana nostrana, di pecore biellesi e bergamasche, risentono della concorrenza di altri paesi del nord Europa. In particolare gli inglesi offrono buoni prodotti a prezzi inferiori. L’economia biellese langue e la rivoluzione francese non è accolta con simpatia. Con l’espressione “libertè – egalitè – fraternitè, i franseis ‘n carossa e nui a pé” i nostri trisnonni manifestavano un pacato scetticismo per quell’evento, che farà oltre un milione di morti in Europa, preoccupati com’erano di perdere quei mercato che avevano dominato grazie al basso costo del lavoro e dalla disponibilità di lana per la presenza di numerose greggi.
I panni di lana e di “mesa-lan-a”, le tele di canapa e di lino, filati dalle abili mani delle donne alle quali un gesto ripetuto per migliaia di volte il giorno aveva deformato il labbro inferiore, lasciano quei bucolici paesaggi, sulle spalle degli stessi tessitori o, al più, sul dorso dei muli, condotti da commercianti palafrenieri, per raggiungere, attraverso stretti sentieri “la bassa” e da li, per più ampie strade carreggiabili, i mercati di consumo nazionali ed esteri destinati non solo all’uso civile ma anche militare, siano essi i panni destinati ai cacciatori delle Alpi o sallie destinate ai soldati inglesi in partenza per il Mar Nero.
La forza muscolare, normalmente chiamata forza-lavoro, non poteva competere con le macchine a vapore delle quali si erano già dotate le industrie nordiche negli stati ricchi di carbone.
I barcaioli di Munden, che avevano distrutto il battello a vapore di Papin, non erano riusciti a fermare, con quel gesto, l’avvento delle nuove tecnologie che andavano sostituendo progressivamente le braccia degli uomini.
Ma il carbone, che, partito dal Belgio in piroscafo e scaricato a Savona per proseguire sui carri verso Torino e Biella e raggiungere poi le vallate a dorso di muli, era carissimo.
Quella forza motrice in Piemonte e nel Biellese costava il triplo rispetto ai Paesi del nord Europa.
Fu allora, nei primi decenni dell’ottocento, che i modesti insediamenti produttivi lasciarono gradualmente i borghi rurali, nelle assolate zone montane e collinari, per i più ristretti, umidi e freddi fondovalle.
I piccoli artigiani acquistarono dai mugnai i diritti sulle deviazioni dell’acqua, e i mulini, macchine primordiali in legno che avevano alleviato per secoli la fatica degli uomini e degli animali, lasciarono il passo all’acciaio e all’organizzazione produttiva seriale.
Pietro Sella nel 1816 importò dal Belgio nuovi più moderni macchinari e le lavorazioni, che prima si svolgevano nelle manifatture domestiche degli artigiani-contadini, si concentrano in edifici multipiano, sviluppati verticalmente per carenza di spazio, su modello “manchesteriano”. E come quei barcaioli tedeschi anche gli operai biellesi protestarono vivacemente contro l’innovazione che sembrava minacciare i loro posti di lavoro e allontanarli dalle avite case opificio.
Ma l’acqua non è sempre una forza docile e costante in grado di assicurare regolarità e continuità alla produzione che rimane localizzata nei torrenti, lontana ore di cammino dalle abitazioni dei lavoratori. Per esigenze produttive le macchine a vapore affiancheranno l’energia della natura e accanto alle fabbriche gli uomini innalzeranno quelle vessillifere ciminiere, alte fino a 80 mt, che caratterizzano il paesaggio biellese. Una sfida non dichiarata alla solennità dei campanili ai quali rubano la scena .
“Raccogliere il lavoro di un motore e mandarlo, in ogni guisa distribuito, a distanze di più di centinaia e migliaia di metri, ….” (Galileo Ferraris, 1869. Tesi di laurea 1^ pagina).
“Le funi metalliche dipartendosi dal motore e seguendo canali sotterranei, andrebbero a mettere in moto dei telai, distribuiti nelle case operaie, ed affidati alle donne che non lavorano nell’opifizio. Questo sistema aumenta quindi il benessere delle famiglia senza lederla, senza togliere i figli alle cure dirette della madre. Se è vero che il lavoro della fabbrica conduce alla distruzione della famiglia, non è improbabile che nel progresso della telodinamica stia pure racchiuso il compimento di un progresso sociale”. (Galileo Ferraris, 1860. Tesi di laurea ultima pagina).
I progressi registrati nel campo dell’elettricità tra il 1880 ed il 1890 determinarono il rapido abbandono dell’energia idraulica, ma il telelavoro, vagheggiato da Galileo Ferraris “il più grande tra i grandi che al mondo hanno rivelato le bellezze della scienza elettrica” ( T.A.Edison), restò un sogno per le donne che, retribuite metà di un maschio adulto ma ben il doppio di un fanciullo, rappresentavano il 60% della manodopera presente per 11-12 ore la giornata nelle manifatture tessili.
Garibaldi, debitore verso l’industria tessile biellese che si era fatta carico del nolo dei piroscafi Piemonte e Lombardia e vestiti quei Mille che in rapporto di 1 a 50 avevano unificato la penisola, sul letto di morte affidava il suo tardivo pentimento “Altra Italia io sognavo” a Felice Cavallotti il quale metteva in versi il massiccio espatrio di italiani, da poco unificati ma dai meschinissimi redditi, verso altre nazioni, in particolare le Americhe.
“E’ vero, è ver! laggiù per la campagna
Scarno lo stuolo che il dolor fa muto
Il duro pan di lungo pianto bagna,
sorte più dolce invidiando il bruto
E la bestemmia che nel cor gli freme
Soffoca la pietà nel ciel natio,
quando, fidata ad altro ciel la speme
dice alla terre maledette addio
E tu per questo dal ligure scoglio
davi o Nizzardo, le tue vele al mar?…
E un’altra, gridi un’altra Italia io voglio?……
Povero vecchio, ritorna a sognar!”
Nel frattempo le turbine d’acciaio avevano rimpiazzato le pale in legno dei mulini. La dinamo di Faraday evoluta in alternatore aveva preso il posto alle macine in pietra , e l’energia, che da essa scaturiva, trasportata a grandi distanze sostenuta da imponenti tralicci che segnano pesantemente il paesaggio, grazie ancora una volta allo straordinario genio padano, con il quale l’umanità intera non riuscirà mai a sdebitarsi, che aveva perfezionato il trasformatore di Gaulard e inventato il motore a campo magnetico rotante. Macchina questa capace di riconvertire l’energia elettrica in energia meccanica per dare movimento alle macchine.
Per questo ancora oggi, nelle nostre fabbriche, quando si manda corrente ai motori si dice “dai acqua”.
L’uso sempre più pervasivo dell’elettrico consente alle fabbriche di svincolarsi dall’acqua, dalle montagne e dalle foreste per rilocalizzarsi in spazi più ampi e pianeggianti. Sorgono i primi edifici a “shed”, in cemento armato, che si sviluppano orizzontalmente “…tra i monti e il verdeggiar del piano”. Non più un motore unico per tante macchine ma tanti motori quante le macchine che lavorano.
Una nuova classe sociale si afferma, la borghesia industriale, che l’aristocrazia, sovente inoperosa, detesta.
Sull’onda del Taylorismo alcuni imprenditori lungimiranti escono da ristretto perimetro aziendale e riorganizzano la vita sociale attorno all’opificio.
Una minoranza di “padroni del vapore” promosse filantropiche realizzazioni. Costruirono ferrovie coinvolgendo Enti locali, ridisegnando una nuova rete di più “comode e grandi strade”, e ponti, e gallerie, per un territorio ancora sostanzialmente estraneo, soprattutto nella parte nord-orientale, alle grandi vie di comunicazione. Acquedotti, fognature, illuminazione, aprono i sentieri del futuro. Dormitori per gli uomini e convitti per ospitare donne e ragazze provenienti, in modo fluttuante, dalle plaghe agricole dove avevano lasciato senza rimpianti “putride corti maleodoranti… circondate da paludosi acquitrini”.
“Alle convittrici la ditta garantiva, oltre all’alloggio, l’uso del mobilio e della biancheria, l’illuminazione elettrica, l’acqua potabile, l’assistenza medica e farmaceutica”. In cambio di una retta, versata alle religiose preposte alla gestione, pari al 50% della retribuzione giornaliera.
Nel 1902 venne approvata la prima legge sul lavoro femminile che aiuterà la famiglia.
Le fabbriche oramai emancipate dall’acqua, sono tornate competitive. Cresce la domanda di produzione e crescono vertiginosamente gli utili. Cresce la manodopera la quale preferisce lavorare vicino a casa, magari anche per un salario inferiore, pur di evitare lunghe trasferte a piedi.
Le imprese reclutano operai e operaie in Comuni agricoli, ad alta densità abitativa, sempre più lontano alle quali viene chiesto di fermarsi almeno tre anni. Bisognava fidelizzarli. Premi, cottimi, maggiori attenzioni per i loro problemi. Formazione professionale, culturale e morale. Incoraggiano la fondazione di società di mutuo soccorso. Costruiscono asili, teatri, bocciodromi, campi di calcio, ambulatori aziendali dotati di medici, ospedali, maternità, educatori, case per l’infanzia abbandonata, per gli anziani, scuole anche professionali e superiori. Colonie alpine e marine. Alberghi, teatri e cinematografi. Le mense, le piscine, i dopo-lavoro e i negozi affascinano la nuova classe operaia. Pompieri con relative bande musicali in ricche uniformi danno sicurezza.
Casse di soccorso per le malattie degli impiegati e degli operai; casse infortuni, per la potenziale pericolosità degli ambienti di lavoro che sono una selva di cinghie, come attestano molti ex voto nei tanti Santuari; casse pensioni e quiescenza per operai e impiegati anticipano soluzione che saranno poi adottate dallo Stato Italiano.
Ogni imprenditore voleva che i dipendenti fossero “veramente suoi, legati alla fabbrica dal sentimento, dal cuore e dall’interesse”.
Max Weber ammoniva”…. La prestazione di lavoro decresce con un salario fisiologicamente insufficiente, il quale alla lunga, porta con sé una selezione dei “meno adatti”… il basso salario, come mezzo di protezione per lo sviluppo capitalistico, fallisce il suo scopo sempre là dove si tratti di preparare prodotti che richiedono lavoro qualificato”. Ammonizione rimasta di straordinaria attualità.
L’Italia nei primi anni del ventesimo secolo è diventata una super potenza industriale, e il Biellese è tra i primi posti. Cresce la popolazione non solo per l’aumentata natalità ma soprattutto per il fenomeno migratorio. Le prime “case operaie” non bastano più. Spuntano case per i lavoratori differenziate per tipologia costruttiva e localizzazione, rispecchianti la gerarchia delle maestranze : per operai specializzati; capi-reparto; istruttori; impiegati; dirigenti. “Due camere, cucina abitabile e un servizio igienico”.
Si ridisegna il tessuto urbano per un nuovo panorama architettonico del territorio.
“Attorno ad ogni casa si farà un marciapiede… il terreno attorno ad ogni casina dovrà essere spianato per modo che possa venire coltivato ad orto” Orto che non è solo ornamento ma richiamo alle tradizioni contadine, i cui prodotti sono anche da considerarsi come integrazione alla periodica paga.
“Ogni cucina sarà provvista di caminetto in muratura come in uso presso le famiglie operaie del sito…”
I padroni del vapore, ormai senza vapore, ma che avevano saputo guardare oltre l’orizzonte guadagnandosi talvolta ambìti titoli comitali, lasceranno progressivamente allo Stato, tramite gli I.A.C.P., questo compito sociale.
Varata il 21/5/1903 per impulso di Luigi Luzzati, “apostolo infaticabile” dell’idea cooperativa, la legge per sostenere e facilitare le costruzioni di “case popolari” ha attraversato il ‘900 coniugando il desiderio di riscatto presente nelle classi del proletariato operaio con le esigenze di un capitalismo industriale divenuto sempre meno filantropico, anzi, talvolta selvaggio.
Il Consiglio Comunale di Biella, nella seduta del 25/1/1909, Sindaco Corradino Sella, approva la costituzione dell’Istituto Autonomo Case Popolari “avente per fine esclusivo il provvedere alloggi igienici ed a buon mercato, dandoli in affitto alle classi meno abbienti”.
L’Assessore anziano, Giuseppe Ottolenghi, ne diverrà il primo Presidente.
L’iniziativa, a capitale misto, non raccolse i favori della stampa socialista “Corriere Biellese”, e radicale “Tribuna Biellese”, che la bollarono come paternalistica. Oggi, nell’era della deindustrializzazione globale e di incontrollati fenomeni immigratori, che generano piccole o grandi realtà multirazziali e creano nuovi disagi alle popolazioni stanziali, il problema casa non appare più solo come l’orizzonte di quel proletariato, che rischia di vedere dissolte legittime aspettative, ma anche e piuttosto il punto di fuga dei profili sociali di una nuova società multietnica, anzi multirazziale, e non radicata, perché non radicabile nel territorio. Non radicabile perché il fenomeno di rilocalizzazione delle imprese vanifica ogni politica di stabilizzazione che naturalmente richiede tempi lunghi.
L’integrazione, già di per sé difficile tra i popoli italiani anche per gli immigrati interni di seconda generazione, appare assolutamente velleitaria per quelle popolazioni che approdano oggi nelle nostre regioni con l’assoluto convincimento che la cultura di cui esse sono portatrici sia gerarchicamente superiore a quelle dei luoghi dove chiedono ospitalità. Cioè non hanno, o non dimostrano di avere, alcun interesse ad acquistare la cultura e i modi di vita delle popolazioni locali che pur dovranno dargli un tetto e accesso a costosi servizi sociali. I cittadini italiani, che ripongono nell’edilizia pubblica, anche a riscatto, legittime aspettative di emancipazione, si sentono ingiustamente deprivati di quei diritti alla giustizia sociale faticosamente conquistati in centocinquant’anni di lavoro.
Successivamente lo Stato centrale ha devoluto, e quanto mai giustamente, questo compito alle regioni, le quali saranno chiamate a regolare quei flussi migratori che lo Stato centralista non ha saputo governare e che di colpo hanno stravolto le tradizionali categorie del bisogno.
Nel 1998, visto che le case popolari costruite per i lavoratori non venivano quasi più assegnate ai lavoratori medesimi, qualcuno in Parlamento si è alzato e ha posto fine al prelievo Gescal sulle buste paga. Altre dovranno essere le fonti di finanziamento per un diverso welfare.
Dalla fondazione l’Istituto ha accompagnato con oltre duemila alloggi (IACP-INA CASA-GESCAL) migliaia di famiglie, lungo un percorso di assistenza e di emancipazione sino ai tempi nostri conservandone ancora millequattrocento. Giusto un secolo.
Nel Biellese, terra di telai dove “il fischio già ci chiama”, le case popolari per i lavoratori abbracciano quelle che un tempo erano le grandi “case comuni per lavorare”.
Fumano ancora quei comignoli all’ombra delle ciminiere ormai spente.
Silvano Civra Dano presidente A.T.C. di Biella – Dicembre 2003
Bibliografia/fonti:
“Omaggio alla modernità” di Galileo Ferraris, Centro StudiBiellesi, 1999;
“Le fabbriche e la foresta”, Centro Studi Biellesi, 2000;
“Borgosesia e la manifattura di lane”, Società Valsesiana di Cultura, 2002;
“Cinquantanni di vita, 1909/1960, I.A.C.P. Biella;
“Ragioni di una esistenza”, I.A.C.P. Biella, 1973;
“L’edilizia residenziale pubblica a Biella 1909/1983”; I.A.C.P. Biella;
“Il libro dei versi”, Felice Cavallotti, Milano 1921.
“Il sole 24 Ore”
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